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sabato 5 dicembre 2020

 Il virus dell’egoismo

Sono giornate frenetiche queste prime di dicembre, un continuo parlare e una spasmodica attesa di un nuovo decreto specifico per il prossimo Natale, DPCM tanto atteso che puntuale è arrivato proprio nel giorno in cui i dati relativi ai nuovi contagi sono 23.225, i deceduti 993 portando il totale a 58.038, ben consapevoli che purtroppo quotidianamente il numero sarà destinato ad aumentare.

Dati che non sembrano sfiorare minimamente quella parte di comunità nazionale sicura di una immunità personale e familiare impegnata a programmare irrinunciabili vacanze e grandi abbuffate allargate in barba ad ogni decreto e divieto, ad ogni possibile pericolo per l’incolumità di bambini e anziani, un Natale ad ogni costo sulla scia di una tradizione che non può tenere conto in maniera assoluta di sobrietà e prudenza alcuna.

Settimane a contare i morti e contagiati ma soprattutto a discutere sulla apertura di impianti sciistici e spostamenti tra regioni non per comprensibili esigenze affettive ma per raggiungere seconde e terze case, per le irrinunciabili vacanze invernali certi della propria immunità inconsapevoli di quella incoscienza e superficialità a danno di se stessi, dei propri familiari e di quanti potenzialmente a contatto anche se soltanto sporadicamente.

Una serie di provvedimenti necessari per evitare quanto più possibile occasioni di contagio, oggetto anche di contestazione non solo da parte di quella categoria umana che con il negazionismo ha qualificato e dato spessore alla stupidità ma anche da parte di parlamentari della opposizione e di alcuni della maggioranza di governo, una idiozia tutta figlia della mediocrità politica di questo Paese e di quel vizio italico di sottostare alle pressioni di lobbies sponsorizzate da forze di governo e opposizione.

Una difesa ad oltranza del diritto a non rinunciare ad una ritualità secondo canoni in linea con stili di vita divenuti patrimonio irrinunciabile della maggioranza degli italiani, diversificati unicamente dalla posizione economica, lontani dal senso di comunità, di condivisione perfino del dolore, della sofferenza umana. Decine di migliaia di famiglie private di un loro caro dal terribile virus destinate a trascorrere le festività del Natale senza un padre, una madre, un marito, una moglie, un figlio, nella indifferenza più totale, nei loro confronti il contagio peggiore, quella cultura dell’indifferenza, cui ha fatto riferimento più volte Papa Francesco e prima ancora Antonio Gramsci Odio l’indifferenza. Vivere significa partecipare e non essere indifferenti a quello che succede.

Il virus dell’egoismo contrapposto alla cultura della solidarietà che in tempi di pandemia assume un aspetto ancor più pericoloso, più grave se riesce a trasformare in follia collettiva una serie di richieste da parte di ambienti più disparati, una borghesia che pretende di tenersi ben stretti privilegi e consuetudini acquisiti e fasce di popolazione trascinate in riti gaudenti e illusori, entrambi in dispregio del bene comune e di quella solidarietà e sensibilità senza le quali non sarà possibile costruire un modello di società a misura d’uomo ma che purtroppo rischia di essere peggiore dell’attuale.

Una solidarietà ed un’attenzione doverosa alle categorie più deboli che in questa crisi pandemica il governo deve attuare con atti concreti, con risorse sostanziose da dare in gestione ai sindaci che meglio di altri hanno contezza dello stato di indigenza e di estrema povertà dei propri territori, aiuti che non possono limitarsi ad un contributo una tantum in occasione del Natale ma anche per i prossimi mesi certamente non facili.

La gestione di questa emergenza progressivamente sempre più confusionaria anche per l’incapacità e l’inconsistenza di alcuni presidenti di regione con manie di protagonismo e con il preciso obiettivo di nascondere errori di gestione di una sanità che non può continuare ad essere in mani incompetenti che risponda a logiche di bassa politica o peggio di malaffare. Tutta la gestione del sistema  sanitario deve essere necessariamente in capo al Ministero della Salute supportato dalle istituzioni locali, in primis dai comuni che meglio di altri hanno conoscenza delle esigenze dei loro territori e questa emergenza, che presumibilmente avrà tempi lunghi, deve essere necessariamente gestita dallo Stato centrale senza ulteriori decreti uterini di presidenti di regione in conflittualità permanente con ministri e sindaci e capaci soltanto di autoesaltazione mediante monologhi e sproloqui puntualmente proposti in rete senza alcuna possibilità di confronto per non intaccare il proprio ego.

Una volta fuori dall’euforia natalizia occorrerà mettere subito in campo politiche per favorire sviluppo e lavoro, dando una prospettiva a partire da subito ai nostri giovani e anche ai non più tanto giovani le cui esistenze sono legate proprio a quella generazione travolta da questa pandemia, finita in un’arida contabilità quotidiana e costretta da un sistema cinico seppur comprensibile, a morire in solitudine restando soltanto nella memoria e per molti anche nella disperazione per la mancanza di un sostentamento seppur modesto ma indispensabile per la propria sopravvivenza.


Il recente rapporto della Caritas italiana ha registrato un notevole incremento dei nuovi poveri, passati dal 31 al 45% e un aumento del 12,7% di quanti si presentano alle mense ed ai centri di accoglienza, percentuali che tradotti in numeri, in persone sono davvero impressionanti e prevedibilmente in costante aumento nei prossimi mesi, dati che non possono lasciare indifferenti il governo nella gestione delle risorse seppur legittime ad operatori commerciali, ancora più giuste e indispensabili per i tanti invisibili delle nostre città, risorse da reperire a tutti i costi abbattendo quel muro di egoismo protetto dalla politica vecchia e nuova che di nuovo ha soltanto il nome.

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